18 dicembre: giornata internazionale dei diritti dei migranti

Il 18 dicembre ricorre la Giornata di azione globale per i diritti dei migranti, rifugiati e sfollati, istituita nel febbraio 2011 dal Forum Mondiale delle Migrazioni realizzato a Dakar (Senegal), che cade ricorre nella data in cui, nel 1990, le Nazioni Unite adottarono la Convenzione per i diritti dei lavoratori migranti e le loro famiglie.

Sono previste mobilitazioni in diverse capitali europee e mondiali. Sul sito di “State of solidarity” alcuni degli eventi internazionali in programma. A Trieste Arci organizza la mostra fotografica “(S)culture”, a cura di Elisa Fratini. Elisa, insegnante d’italiano nei corsi organizzati dal centro per le culture assieme ad Arci Trieste e fotografa per passione, ha ritratto i suoi studenti accanto alle statue della città:
“Se le statue rappresentano la storia, la cultura e tutti gli uomini che abitano ed hanno abitato Trieste, Jana, Adnan, Karim, Mashid e gli altri, rappresentano invece i nuovi abitanti, le nuove storie, le nuove culture che ne determinano l’evoluzione e l’arricchimento. Si tratta di uno scambio – scrive l’autrice – : mentre le statue sembrano interagire con loro e ritornare in vita, i quattro ragazzi sentono di avere alle spalle e accanto una città, un contesto sociale che li accompagna e li supporta nel loro nuovo percorso di vita.”

Per maggiori informazioni sull inaugurazione della mostra apri il link all evento.

In relazione alla campagna #stateofsolidarity, inoltre, riceviamo e volentieri diffondiamo il seguente comunicato tradotto in italiano:

Mentre uno stato dopo l’altro nel continente europeo dichiara lo stato di emergenza, attivisti di tutta Europa dichiarano lo stato di solidarietà #stateofsolidarity e si oppongono alla politica della paura.

Gli attacchi a Parigi e a Beirut, Bamako e Tunisi, gli avvenimenti a Bruxelles e i fantasmi della guerra che si aggirano nei media e nella politica in Europa servono a imporre nuove strette ai confini, ad approvare leggi che criminalizzano la disobbedienza civile e la protesta, a vietare mobilitazioni per il clima, e a legittimare pratiche istituzionali razziste. Un maligno bisturi politico minaccia non solo di dividere ancora di più società e umanità, ma anche di tagliare la sua capacità di resistenza.

E tuttavia, abbiamo tutti la possibilità di scegliere. Possiamo lasciar vincere le divisioni e pagare le loro conseguenze per decenni. Ma possiamo anche, invece, dichiarare lo stato di solidarietà, impegnandoci a riconoscere e a sostenere le lotte per la pace, per la libertà e la dignità.

In questo contesto, è imperativo sostenere – praticamente e politicamente- il movimento di migranti e rifugiati, e riconoscerlo in quanto tale. Queste persone, fuggendo da guerra, povertà e violenza hanno marciato fino ai confini europei, senza paura e disponibili a rischiare la propria vita. La speranza per una vita migliore e di pace li ha uniti nel coraggio. Le numerose Marce della Speranza (marchofhope) hanno suscitato un’ondata larga e transnazionale di solidarietà concreta.

Crediamo che ciò debba essere tradotto in una comune azione politica, e per questo facciamo appello a tutte le persone, le organizzazioni, i collettivi e i movimenti di società civile a unirsi ora alle loro voci, come un primo passo verso il 18 di dicembre (giornata internazionale dei migranti).

La narrativa egemonica sulla “crisi dei rifugiati” è orchestrata per nascondere la crisi attuale. Una crisi politica causata da decenni di politiche europee fallite, a livello nazionale ed europeo. Austerità, nazionalismo e razzismo, divisioni fra nord e sud, demolizione dello stato sociale e precarizzazione della stessa vita sono state imposte silenziosamente con la democrazia confinata ad esercitare solo un ruolo decorativo.

Solo immersi nella cultura della paura, i suoi illogici frutti possono sembrare logici. Collegare il terrorismo ai profughi quando tutti gli assalitori di Parigi sono venuti dall’interno dell’Europa è un esempio perfetto di come non si risolve nessun problema e si rafforza lo statu quo. I manifestanti sono banditi dalle strade, e alle persone che le nostre società hanno maggiormente deprivato sono le più colpite nei loro diritti dal sospetto generalizzato.

Come in una utopia negativa orwelliana, la risposta che i leader in Europa e ovunque danno alla violenza cieca è più sorveglianza, più sicurezza, più controllo, più oppressione e più violenza. Gli interventi militari, le guerre e i bombardamenti, il commercio delle armi hanno causato tragedie politiche e conseguenze drammatiche per la pace globale. L’Europa sostiene dittatori e regimi, nega un sostegno reale alle forze democratiche e agli attivisti che lottano per la libertà e la pace in molti paesi Mediterranei e del Sud, interessata solo a perseguire i suoi interessi geopolitici e la sua agenda guidata dal capitale finanziario. Politica per pochi, sulla pelle di molti. La guerra economica e commerciale per imporre il mercato neoliberista ha distrutto intere economie e saccheggiato ovunque una quantità immane di risorse imponenti.

Invece di agire sulla prevenzione della catastrofe il clima politico mainstream, dalla segregazione ai confini europei giustificata dagli attacchi di Parigi ai resuscitati signori della guerra, impone una narrativa di estrema destra, sostenuta da un diffuso senso di superiorità culturale occidentale, e disegna un mondo terribile senza alternative.

Per quanto bui possano sembrare questi tempi, basta solo rivolgere una occhiata più attenta alle città, ai paesi e ai quartieri e la risposta è lì. Sebbene apparentemente paralizzate da questo “stato di emergenza” imposto, la resistenza si sta costruendo in varie forme, formazioni e formati: dal movimento per la giustizia ambientale al movimento femminista, gli attivisti dei diritti umani, gli spazi auto-organizzati in tutto il mondo, fino alle persone meravigliose di Parigi che si sono riprese le strade, sconfiggendo il coprifuoco per protestare in solidarietà con i migranti e i rifugiati – servono solo alcuni raggi di luce perchè il buio scompaia.

Si cerca di far diventare norma una cultura della paura in Europa e nel resto del mondo. Una cultura che mira a lasciarci intorpiditi di fronte alla tv e agli schermi, dopo faticose e frustranti giornate di lavoro. Una cultura che vuole che voltiamo la faccia quando succedono le ingiustizie e che rimaniamo frammentati di fronte alle sfide globali di oggi.
E allora noi consideriamo cruciale rendere visibile la nostra solidarietà e rompere il monopolio della paura. Scegliamo di tenere i nostro occhi aperti, cercando gli amici e non accettando di credere a nemici invisibili. Scegliamo di sentire, riflettere e impegnarci con la realtà della vita, della ingiustizia, della lotta.

Proponiamo a tutti di unirsi intorno a un’altra narrativa, quella dello stato di solidarietà. Uniamo campagne, azioni e voci in una narrativa che colpisca la questione direttamente al cuore. Se lasciamo vincere la paura nelle nostre società, essa si impossesserà del futuro. Creiamo lo spazio per esprimere collettivamente la nostra solidarietà e messaggi di resistenza. Ri-occupiamo la nostra realtà, troviamoci insieme e agiamo sul nostro futuro.

In questa frase: “Mi oppongo alla cultura della paura e con la presente dichiaro solennemente lo stato di solidarietà” vediamo un potenziale inizio. Da condividere e curare, come sempre.
Dichiariamo ovunque uno #stateofsolidarity

A presto, e grazie.

#stateofsolidarity

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