Ragazzo afgano di 26 anni muore annegato davanti Piazza Unità

Riportiamo l’articolo da “il Manifesto” del 9 luglio 2014

 

A Trieste un suicidio assistito

Nel Belpaese. Khalil Nazary, un ragazzo afgano di 26 anni, è morto annegato martedì a Trieste alle cinque del pomeriggio, durante l’ora del passeggio davanti a Piazza Unità, il salotto buono della città. E nessuno ha tentato di salvarlo.

Kha­lil Nazary, un ragazzo afgano di 26 anni, è morto anne­gato mar­tedì a Trie­ste alle cin­que del pome­rig­gio, durante l’ora del pas­seg­gio davanti a Piazza Unità, il salotto buono della città.

Le cro­na­che locali gli hanno riser­vato un arti­colo a fondo pagina in cui si dà per certa l’ipotesi sui­ci­dio di un tipo “social­mente peri­co­loso” con un pas­sato di mole­stie e per que­sto con­fi­nato ai domi­ci­liari in una Comu­nità di San Nicolò. Ma la noti­zia vera non è il poco pro­ba­bile sui­ci­dio di un gio­vane afgano che, riporta solo mar­gi­nal­mente il quo­ti­diano trie­stino, sof­friva di turbe psi­chi­che pro­vo­cate dal suo dif­fi­cile pas­sato (tanto da essere imbot­tito di farmaci).

La noti­zia è che nes­suno dei pas­santi si è get­tato in acqua per ten­tare di sal­varlo anche se la coscienza col­let­tiva si è lavata con una chia­mata al 113 che ha man­dato una pat­tu­glia per ripe­scarne il cadavere.

Solo alcuni mesi fa un altro afgano si era sui­ci­dato levando la pistola a un poli­ziotto e sol­le­vando pole­mi­che non tanto sulla con­di­zione dei rifu­giati, quanto sulla sicu­rezza della gente per­bene in balia di simili fol­lie. Nella città di Basa­glia (che al cele­bre psi­chia­tra non ha dedi­cato nem­meno un vicolo) si deru­bri­cano rapi­da­mente i fatti uti­liz­zando con­cetti otto­cen­te­schi, al più sten­dendo un velo di pietà mise­ri­cor­diosa su una diver­sità evi­den­te­mente mal sop­por­tata. Il sui­ci­dio, gesto folle per eccel­lenza, vero o pre­sunto che sia come nel caso di Kha­lil, nasconde sotto il tap­peto lindo del salotto buono un dramma sociale inca­sel­lato nella più comoda delle defi­ni­zioni. La fami­glia, scon­volta, ha sporto denun­cia e vuole vederci chiaro.

Ieri alcune per­sone sono tor­nate sul luogo del dramma per get­tare un fiore in mare. Un gesto di soli­da­rietà umana che, il giorno prima, forse gli avrebbe sal­vato la vita con un paio di bracciate.

 

 

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